I padri
Credits: Guido Carrera

I padri

È facile incolpare i genitori, lo è socialmente, economicamente ed esistenzialmente. Non abbiamo chiesto noi di nascere per poi andare a scuola, studiare trovare un lavoro, soffrire per amore, pagare le tasse e cercare la felicità mentre lottiamo per discriminazioni e per salvare il pianeta, su cui neanche sapevamo esistere prima, dal riscaldamento globale non causato da noi. Anche la psicologia ci aiuta un molto in questo: ricerche e analisi di vecchi e nuovi intellettuali ricollegano ogni nostro difetto, paura, pregio, trauma e feticismi a loro. Le nostre capacità emotive e comunicative, i nostri stili di attaccamento, le dimostrazioni di affetto, l’attrazione verso partner, la fiducia, la gelosia, la maturità e l’autostima sono definite in base a quanti ‘mommy’ o ‘daddy issues’ abbiamo, al punto che non sappiamo più se siamo conseguenze di azioni o artefici di essi. Ma, diamo colpe ed importanze diverse ai due, è una realizzazione che per quanto possa sembrare ovvia mi ha colto di sorpresa mentre ero sul divano con ‘Storia di un matrimonio’ aperto sullo schermo del computer. È una commedia drammatico sentimentale diretta da Noah Baumbach e con Scarlett Johansson e Adam Driverl. Il motivo per cui avevo scelto di guardare questo film però non è stato per gli attori, il regista o la trama (anche se sono motivi più che leciti e sufficienti) ma per una scena specifica del film per cui l’attrice in questione ha vinto un Oscar come miglior attrice non protagonista: il monologo di Laura Dern. 

“Ti fermerò lì. Quando lo farai davvero, non dirlo mai più. La gente non accetta madri che bevono troppo vino e urlano al loro bambino e lo chiamano stronzo. Lo capisco. Lo faccio anch’io. Possiamo accettare un papà imperfetto. Ammettiamolo, l’idea di un buon padre è stata inventata solo 30 anni fa. Prima di allora, ci si aspettava che i padri fossero silenziosi e assenti e inaffidabili ed egoisti, e tutti possiamo dire che vogliamo che siano diversi. Ma a un certo livello di base, li accettiamo. Li amiamo per le loro fallibilità, ma le persone non accettano assolutamente le stesse mancanze nelle madri. Non lo accettiamo strutturalmente e non lo accettiamo spiritualmente. Perché la base del nostro giudaico-cristiano è qualsiasi cosa sia Maria, Madre di Gesù, ed è perfetta. È una vergine che partorisce, sostiene instancabilmente il suo bambino e tiene il suo cadavere quando se ne va. E il padre non c’è. Non ha nemmeno fatto la scopata. Dio è in cielo. Dio è il padre e Dio non si è presentato! Quindi, devi essere perfetto, e Charlie può essere un casino e non importa. Sarete sempre tenuti ad un diverso, standard superiore. Ed è un casino, ma le cose stanno così.”

Dopo quel minuto e ventitré secondi di discorso ho fermato il film, in preda ad un pieno ‘Aha moment’ di realizzazione (o effetto Eureka se vogliamo essere più precisi). Ho iniziato a pensare al modo in cui vedo mia madre e poi a come vedo mio padre. Le differenze caratteriali e di ruolo che associo ad ognuno di loro. Che ricordi ho con mia madre? Che ricordi ho con mio padre? Quanti? Di che tipo? Come mi fanno stare emotivamente?  Qual è la mia idea di ‘amore materno’ e ‘figura paterna”? Perché le mie aspettative nei loro riguardi sono così diverse? La cosa interessante dei ruoli e costrutti sociali, soprattutto quelli che hanno a che fare con il genere, è che sono stati naturalizzati dalle società in cui viviamo, ma ugualmente spesso ci dimentichiamo della loro esistenza e del peso che hanno. Si, è vero. Prima di una trentina di anni fa, la figura paterna aveva più a che fare con la posizione lavorativa ed economica di sostegno della famiglia che con abbracci e conversazioni a cuore aperto, la figura genitoriale che si concentrava sulla nostra sfera emotiva e dei bisogni era quella della madre. Il padre era tradizionalmente una figura seria, non particolarmente emotiva e che non amava tanto parlare. È da chi si va per consigli economici o da tuttofare di casa, è quello che sembra sapere sempre cosa fare in situazioni di crisi, quello che non si ha mai visto piangere, che sembra sempre avere il controllo della situazione, quello che si tenta in tutti i modi di rendere fiero e di cui si cerca di attirare l’attenzione perché non si è certi di averla. È un amore che cerca costante validazione, non perché pensiamo manchi, ma non ne abbiamo la conferma emotiva, e avere conferme soprattutto da giovani è importante. Per molto tempo ho pensato ai genitori come due facce della stessa moneta, ognuna con le sue caratteristiche specifiche, una emotiva e l’altra razionale. Il papà era quello che usciva presto la mattina per andare a lavorare e che tornava alla sera, stanco. A tavola si sentiva porre le domande e i problemi della categoria “chiedete a vostro padre” o i drammi dei figli (che fossero esternati o meno), e ai suoi tentativi di connessione interpersonale erano spesso mal interpretati, perché “com’è andato l’esame?”, “che compiti hai?”, “cosa hai fatto oggi?” avevano un peso e un significato diverso rispetto alla sua capacità di ricordare il nome dei nostri amici o di tutti gli impegni che abbiamo e le risposte e i toni di voce in queste conversazioni cambiavano spesso interpretazione. Perché è difficile capirsi, soprattutto se non vedi quella persona per 9, o più, stressanti ore al giorno. Perché è difficile non portarsi il lavoro a casa e non sentirne il peso, che col tempo porta a dei cambiamenti di carattere e le informazioni quantitative sembrano più utili di quelle qualitative, soprattutto quando siamo emotivamente drenati e non siamo in grado di metabolizzare queste ultime. 

L’idea sul come un padre dovrebbe essere dipende direttamente da come un uomo dovrebbe essere. L’attacco che Alessandro Michele di Gucci, con il lancio della collezione uomo autunno-inverno 2020, ha lanciato contro la mascolinità tossica è anche indirettamente una critica alla figura paterna tradizionale che si sta cercando negli ultimi decenni di superare. 

“In una società patriarcale, l’identità di genere maschile è spesso modellata da stereotipi violentemente tossici. Un modello di mascolinità dominante, vincente e oppressivo è imposto ai bambini alla nascita. Atteggiamenti, linguaggi e azioni finiscono per conformarsi progressivamente ad un ideale virilità macho che rimuove vulnerabilità e dipendenza. Ogni possibile riferimento alla femminilità è vietato. […] Non c’è nulla di naturale in questo. Il modello è costruito socialmente e culturalmente per rifiutare tutto ciò che non lo rispetta. E questo ha implicazioni molto gravi. La mascolinità tossica, infatti, alimenta l’abuso, la violenza e il sessismo. E non solo. Condanna gli uomini stessi a conformarsi ad una virilità fallocratica imposta per essere socialmente accettati. In altre parole, la mascolinità tossica produce contemporaneamente oppressori e vittime. “

Essere emotivi in tale contesto è facilmente visto come sinonimo di debolezza o esagerazione piuttosto che una cosa naturale e legittima. Mostrarsi feriti, vulnerabili o sul vergere delle lacrime può farci sentire deboli, soprattutto se davanti ad una persona che consideriamo un punto di riferimento e che non ha mai mostrato in primis queste emozioni e non sappiamo come potrebbe interpretare la nostra vulnerabilità. 

[…] È tempo di celebrare un uomo che è libero di praticare l’autodeterminazione, senza vincoli sociali, senza sanzioni autoritarie, senza stereotipi soffocanti. Un uomo che riesce a riconnettersi con il suo nucleo di fragilità, con il suo tremore e la sua tenerezza. Un uomo in ginocchio davanti alla resa, che onora la paura e le sue spine. Un uomo pieno di gentilezza e cura. Un uomo che si appoggia agli altri, che brucia il mito dell’autosufficienza. Un uomo che è anche sorella, madre, sposa.”

Non mi aspetto che tutti abbiano la stessa idea o esperienza con la figura paterna che ho avuto io, perché il concetto di famiglia non è uguale per tutti e sarebbe una generalizzazione sbagliata. Parlando anche solo con le persone intorno a me noto che le percezioni cambiano, soprattutto tra genere e, oserei dire, anche orientamento sessuale. Alcuni non comprendevano a cosa mi riferissi parlando di rapporti e idea di figura paterna, come se l’idea non li avesse mai sfiorati, mentre altri si aprivano confidandomi ricordi e momenti privati, come se parlarne con qualcuno di interessato fosse un bisogno sentito. E il fatto che gli appartenenti al primo gruppo fossero per lo più maschi eterosessuali forse è un caso, o forse è una perpetuazione dei concetti di cui parla Alessandro Michele riguardo alla mascolinità tossica.  

Ho vent’anni e il rapporto che ho con mio padre è stato spesso contrastante e ignoto, rimanendo comunque ben consapevole del fatto che sia fondato su amore incondizionato. Mentirei se dicessi che il mio rapporto con mio padre e la mia idea di lui sia perfetta e cristallina, è un lavoro in corso che cresce ad ogni telefonata, confidenza e rivelazione in più, ma anche con ogni discussione e concessione. E se negli anni le nostre idee sull’amore e le relazioni cambiano ed evolvono, forse dovremmo includere in questo processo anche l’amore dei e per i nostri genitori? 

-Chiara Migliari

FONTI

We need to change the conversation about fathers | Anna Machin | TEDxClapham

Gray, P.B.G., 2004/08/13, Evolution of Human Fatherhood

2009, The Changing Role of the Modern Day Father

Leighton McCutchen, Jun., 1972, Journal of the American Academy of Religion, The Father Figure in Psychology and Religion, Oxford University Press, https://www.jstor.org/stable/1461017

Manuela Naldini, A.a 2001-2002, Introduzione agli studi di genere, Trasformazioni dei modelli familiari in Europa e in Italia, Università degli studi di Torino 

Simon Balsom, 15 Gennaio 2020, Passions Arabia, Gucci Fall-Winter 2020: Masculine, Plural – Learning to unlearn, https://www.passionsarabia.com/gucci-fall-winter-2020/