La rivoluzione di chi parla da solo
Credits: @marcolastrada

La rivoluzione di chi parla da solo

I pionieri del digitale, e le generazioni successive, sono abituati al contatto, virtuale o reale, continuo con le altre persone. Anno dopo anno siamo sempre più ingabbiati ed abituati a quella rete che sono i “nuovi” mezzi di comunicazione. Per evitare incomprensioni: con “nuovi” mezzi di comunicazione sono qui intese tutte quelle tecnologie che permettono uno scambio di informazioni, potenzialmente sincrono, anche quando gli attori della comunicazione non si trovano nello stesso luogo fisico. Ingabbiati, perché sono veramente rari i momenti in cui non si è raggiunti o non si sfruttano i “nuovi” mezzi di comunicazione. Abituati, perché senza la normalizzazione di questo fenomeno probabilmente si impazzirebbe in breve tempo. Uscire di senno a causa delle tecnologie non è un fenomeno sconosciuto alla comunità scientifica, non si pensi solo allo stress o alla rabbia provocati dal continuo bombardamento mediatico, ma anche alla perdita di sentimenti ed emozioni, che è alquanto preoccupante.

Il fatto di poter essere virtualmente contattati, o di poter ricevere notizie, è assolutamente dato per scontato per la quasi totalità degli individui che appartengono ad una società tecnologicamente sviluppata o in via di sviluppo. Seppure questo fenomeno sia entrato da pochissimo tempo, in termini evoluzionistici, a far parte della quotidianità, è stato praticamente subito esteso a tutti gli individui. Si potrebbe azzardare che l’accesso a questa opportunità sia quasi completamente privo di discriminazioni, ad eccezione del prezzo, il quale funge da discriminante per quanto riguarda la qualità dell’apparecchio utilizzato ma non sulle funzioni di cui esso dispone. È purtroppo noto come, in alcuni Paesi del mondo, le discriminazioni siano messe in atto direttamente dai governi, a volte verso specifici gruppi etnici.

Questa capillarizzazione all’interno della società, oltre alla già citata possibilità di essere sempre raggiungibili, ha come evidente conseguenza la perdita della libertà: più in particolare la perdita della libertà di stare da soli con noi stessi. Infatti, la differenza principale che cellulari, televisori, computer e simili hanno rispetto a libri, fumetti, dischi, è proprio quella che catturano costantemente le persone nella vita e nelle vicende altrui.

Se un libro può catturare il lettore nella vita di, al massimo, una cinquantina di personaggi alla volta, non vale lo stesso per i social-network o il ben più vasto mondo del web, dove di personaggi di cui scoprire le storie sono miliardi, mescolati fra loro, formando appunto la rete: Internet.

La conseguenza di questo fenomeno impattante è che le persone trascorrono molto meno tempo con loro stesse, o comunque ne passano molto meno, ascoltano meno i loro pensieri, le loro emozioni e inevitabilmente dialogano meno con loro stesse. L’impressione che si potrebbe avere, è quella che ognuno di noi, stia freneticamente tentando di scappare dal proprio io. Il motivo per cui ciò avviene può essere differente e variare da persona a persona ma alla base di ogni motivazione si trovano l’insofferenza, la voglia di estraniarsi e una lieve spinta al cambiamento. Tutto quanto però frenato da quella “selva selvaggia aspra e forte” che sono i giudizi degli altri. Non è infatti un caso che sia ricorrente l’espressione “villaggio digitale” in relazione alla porzione di utenti con cui ognuno interagisce. Se la realtà fisica sottopone al giudizio di un collettivo ristretto di persone conosciute, la realtà digitale può diventare opprimente con i suoi milioni e milioni di users, di cui la maggior parte estranei.

Ci sono due citazioni, dal film “Beata ignoranza” di Massimiliano Bruno (2017), che riassumono perfettamente due passaggi chiave dell’uso delle nuove tecnologie. La prima è:”L’inutile riempie il vuoto e diventa necessario”, ovvero il vuoto che si lascia, scappando da se stessi è riempito da quella infinità di informazioni inutili di cui ci cibiamo ogni giorno. La seconda si riferisce invece, ad una possibile motivazione per cui si scende sempre più raramente al dialogo con se stessi, si toglie spazio ai propri sentimenti e si giudica meno importante la propria vita rispetto a quella di altri milioni di utenti. “Forse si diventa superficiali e indifferenti, perché non sentire nulla, ti illude di stare bene”.

Il problema risiede quindi in come si affronta l’opprimente mole di informazioni che è disponibile in rete, la quale sembra ipnotizzare e catturare le persone. Ne conseguono due importanti criticità: in primis il fatto che il rapporto tra quantità di informazione e qualità dell’informazione sia spesso e volentieri inversamente proporzionale e, in secondo luogo, la difficoltà di trovare se stessi in questo vero e proprio “Labirinto di Cnosso”. Non è, infatti, possibile l’autodefinizione e la costruzione dell’io se si è impegnati nel “disperato” tentativo di conoscere tutto, sarebbe come sperare che un imbuto si riempia.

Non si può quindi negare che la tecnologia ci faccia impazzire, e se c’è una rappresentazione particolarmente emblematica  del termine pazzia questa è sicuramente quella di una persona che parla da sola. Prima dell’entrata in uso degli auricolari, vedere qualcuno parlare “al vento” era insolito, buffo e alle volte inquietante; tutt’oggi viene spontaneo controllare che chi parla abbia un motivo specifico per farlo. Parlare da soli però, potrebbe diventare segno di ribellione verso questa società iperconnessa, uno smacco a chi investe nel costruire quelle reti fittizie che ci fanno sentire più soli, che ci allontanano dagli altri e da noi stessi. Ribellarsi etimologicamente significa “riprendere la guerra” e questa guerra esiste davvero, è quell’infinito e ciclico conflitto tra generazioni, dove figli e figlie rivendicano il possesso del mondo. Il mondo esiste però solo se ogni individuo riconosce se stesso come parte di esso, e prima ancora quindi  esiste solo se ognuno riconosce se stesso. Parlare da soli è solo  una metafora, ribellarsi no.

Dando uno sguardo di attualità alla questione, si nota che la pandemia che ha colpito tutti noi è un ostacolo alle relazioni. Ha posto fisicamente le persone lontane le une dalle altre, amplificando il fenomeno di smarrimento totale, dell’ abbandonarsi a un mondo altro, fatto soprattutto di superficialità. Si può però anche osservare un’enorme opportunità di svolta e di apprendimento culturale in quanto, la solitudine che ne consegue, ci pone in situazioni mai affrontate prima, situazioni dove sarebbe facile e comodo aprire un qualsiasi social network e perdercisi dentro, ma anche dove, se si spegne il telefono, si ha la rara occasione di aprire gli occhi per guardarsi dentro. 

Non ci si lasci scappare questa occasione unica, si viva più da pazzi,  si parli di più da soli.

-Mattia Quinto

Credits: @marcolastrada